"Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità,di verità". Fabrizio De Andrè

domenica 11 gennaio 2009

Fabrizio De Andrè: se le parole non bastano


Chi era Fabrizio De Andrè? Un cantante, un artista, un poeta, un cantastorie, un cantautore o, forse, tutto ciò messo assieme, un nesso imprescindibile di qualità, emozioni, ricordi, sensazioni.
Tanto è stato scritto su Faber: libri, biografie, sceneggiature, critiche, recensioni; a dieci anni esatti dalla sua morte, la sua presenza è troppo forte per passare inosservata.
Il suo messaggio, il suo pensiero, le sue “poche idee, ma in compenso fisse”, la sua voce: è una eco che non tende a dissimularsi col passare degli anni, delle generazioni, degli stili di vita, del costume.
Pochi come lui sono riusciti a rendere la musica un impegno sociale, un motivo di coesione, una forma di denuncia velata o esplicita.

Cantava di prostitute, di inetti, di “vittime di questo mondo”, di giudici e poteri corrotti, dei tanti potenti e meschini Don Raffaè, di comandamenti e vangeli apografi, morte e solitudine, speranze e prospettive future, corruzione, false moralità, buoni consigli da parte di chi “non può dare il cattivo esempio”, vittime della guerra.
Tutti temi a cui ha dato voce, ha dato un senso, un motivo di esistere: e così Bocca di rosa faceva l'amore per passione, in Via del campo un illuso di innamora di una prostituta mentre nelle cupe stradine della Città vecchia c'è chi vende la propria madre ad un nano per qualche spicciolo;una casuale lettura di un giornale lo ispirò per scrivere La canzone di Marinella e per concederle una fine migliore di quella subita:uccisa dopo essersi prostituita.
E poi c'era il potere, la politica; dare una connotazione politica al cantautore genovese diviene impossibile dal momento in cui lui canta del marcio della politica stessa, non di una parte di essa, tanto da portarlo a dire che “non esistono poteri buoni”, a dimostrazione della sua presunta fede anarchica; tanto da considerare Gesù “il più grande rivoluzionario della storia”, ancor prima di Che Guevara, di Gandhi, di Luther King, dei rivoluzionari francesi. La politica come morte, o per meglio dire, come assassina delle utopie e dei sogni portati dentro una bara durante la Domenica delle salme, mentre la società, smarrita, cerca una direzione.
La politica ed il potere come delle nuvole, che “vanno, vengono, a volte ritornano”, le quali opprimono; politica come maggioranza ben sicura contro una minoranza inerme, indifesa, non rappresentata, soggetta al controllo arbitrario e spesso incomprensibile, a scelte ingiuste. Il tutto non può che sfociare nella lotta de “Il bombarolo”, un impiegato che decide di farsi saltare in aria dinnanzi al Parlamento, metafora, tra le più esplicite e forti dei suoi testi, del disagio sociale durante il boom economico degli anni '70.
Fabrizio come il suonatore Jones, canzone dell'album “Non al denaro non all'amore né al cielo”: una chitarra in mano, “ricordi tanti e nemmeno un rimpianto”, ricerca della libertà; libertà per un assassino affamato che scappa senza essere fermato dal pescatore che lo ha riverito; libertà tramite un suicidio in prigione per Michè o a causa delle pene di morte inflitte a Geordie o ad un blasfemo, il quale sosteneva che “Dio imbrogliò il primo uomo”.
Libertà simile alla forza di essere vento, ovvero quella del popolo rom da lui cantata, o simile a quella di Prinçesa, un trans-gender che corona il sogno di diventare donna dopo anni di sofferenza.
Libertà venuta a mancare durante il rapimento, assieme alla moglie Dori Ghezzi, in Sardegna, da cui nacque poi Hotel Supramonte.
Faber ha parlato dell'amore, dell'amore “che strappa i capelli”, dell'amore che uccide, ferisce, ricomincia, attraversa molteplici strade. Ha descritto la solitudine, il “bell'inganno” della propria anima, del dialogo e della convivenza consapevole con essa; ha cantato la fragilità di un uomo (lui stesso) non ascoltato dai suoi amici quando ne aveva bisogno, fragilità che colpisce le tante figure prese a prestito dall'Antologia di Spoon river: matti, medici disillusi, malati di cuore, chimici che mai hanno conosciuto l'amore diverso dalle formule in laboratorio.
Per capire a fondo Fabrizio De Andrè non bastano, come succede per i grandi artisti, le parole. Anche quest'ultime devono fermarsi e cedere il passo alle sue opere in sé, alle sue storie di vita simili alle denunce sociali di Pasolini, per cui ha scritto anche una canzone (Una storia sbagliata) in sua memoria.
Le parole devono fermarsi perchè questa non è una recensione né tanto meno una critica, a meno che non si voglia intendere quest'ultima come la intendeva Oscar Wilde: “una sorta di autobiografia”.
Amare Fabrizio De Andrè non significa ascoltarlo, ma viverlo.



-Segnalazioni
"La frase più attuale di tutti i tempi" e "Il vero motivo di una guerra" su liberiesenzapadroni.blogspot.com

4 commenti:

Lorenz ha detto...

non ci sono parole per commentare la personalità e la bravura di ques'uomo.

Anonimo ha detto...

una vita e un'arte dedicata ai FIGLI del VENTO..

;-)

Sabatino Di Giuliano ha detto...

Poeta immortale

progvolution ha detto...

che vuoto che ci ha lasciato
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